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Sgorgare e dileguarsi

La fauna come archetipo del mondo interiore - I soggetti animali nelle opere di Annemarie Laner e la sua mostra "They never wonder" alla galleria MeranoArte.

di Heinrich Schwazer

Oltre ad essere un motivo ricorrente, nelle opere di Annemarie Laner gli animali svolgono una funzione altrettanto determinante quanto il ricorso agli elementi scritturali. Quello con gli animali, infatti, è un confronto intenso che emerge con chiarezza fin dai cicli realizzati negli anni di studio. Per esempio, nel ciclo d’incisioni “Weichswelboden oder die Liebe zu den ungeschriebenen Briefen”, del 1992, spuntano elementi animali sotto forma di corna di cervo, e un anno dopo, nel ciclo “Phantasien eines Panthers”, l’artista si cimenta con l’ode “La pantera” di Rilke, mentre nel 1994 affronta per la prima volta forme ibridi umano-animali nel ciclo “Bocksfuß und andere Scharrbilder”.

La propensione a concentrarsi sul discusso rapporto fra uomo e animale si dipana come un filo d’Arianna lungo tutte le sue opere, analogamente all’uso quasi esclusivo del colore nero, e questi due aspetti paiono essere inscindibili, anzi, l’uno sembra determinare l’accessibilità dell’altro.

Nella serie di disegni “One a day” (realizzata fra il 2001 e il 2003), ma anche nei suoi lavori su cera, si ripropongono costantemente rappresentazioni animali come elementi figurativi, e cinque anni dopo (2008) un ciclo di sue opere su piombo riprende la figura del pavone come simbolo di bellezza, vanità e immortalità. Infine, nel 2011, nella galleria.Z di Hard (Vorarlberg, Austria), in un’installazione di grande formato su pagine di libro ingiallite intitolata “Ich spür ein Tier” (sento un animale), l’artista evoca con linee instabili delle forme animali sotto forma di ibridi mitici, demoni e figure fiabesche. Per la mostra tenutasi nello stesso anno a Castel Tirolo, dedicata a Oswald von Wolkenstein, lavorando con tronchi d’albero l’artista ha allestito una sala come un mondo ibrido, una sorta di transizione fra la natura selvaggia e un calibrato desiderio di ordine.

Nella mostra allestita nella galleria MeranoArte, il confronto con l’elemento animale giunge all’apoteosi, tanto che viene da chiedersi quale significato rivesta questo soggetto nella sua opera, al di là della sua plateale presenza fenomenologica. Se ci si stacca da una mera osservazione superficiale, un’interpretazione più complessa non può prescindere né dall’analisi della biografia dell’artista, né dal suo rapporto molto stretto con la letteratura e la filosofia dell’esistenzialismo. Non a caso, Annemarie Laner ha realizzato un ciclo d’incisioni ispirato da Albert Camus.

I contenuti che trapelano fin dai suoi primi lavori – come l’estraneità, le immagini oniriche e le figure dell’inconscio, il dolore, l’erotismo, ma anche i lati oscuri dell’animo umano, interpretabili come abissi o come espressione del subconscio – col passare degli anni s’addensano in una spiccata essenzialità del suo spunto creativo. Molti degli universi immaginifici che si osservano nelle sue opere scaturiscono dalla sua fanciullezza, e in effetti l’artista dà spazio come poche altre alla vitalità dei suoi sentimenti infantili. Tuttavia, questi sentimenti appaiono legati a doppio filo all’inconscio, e in questo cosmo ristretto, gli animali aprono un intero ventaglio di possibilità interpretative, che spaziano da una poesia surrealista dell’irrazionale e delle pulsioni, fino al desiderio di dare un volto simbolico alle nostre origini.

A una visione più attenta, quindi, l’artista non utilizza gli animali come superfici di proiezione, ma semmai come archetipi di un mondo interiore che ella attraversa, e il passaggio dall’esterno all’interno di quel suo mondo si compie sotto forma di sogno e di transizione simbolica tra l’animale e l’uomo. Nelle sue opere, quindi, gli animali sono dei viatici per raffigurare il proprio mondo interiore, e analogamente ai suoi sogni, non sono un elemento estraneo presente al di fuori di lei, bensì un continente oscuro interiore popolato di fantasmi, inconscio, angosce e visioni. L’estraneità che scaturisce dal nostro mondo interiore, dunque, non è una carenza o una mancanza, ma una parte integrante di noi che attraversa una metamorfosi incalzante, costante e inarrestabile.

Pensando al celebre detto di Artur Rimbaud “Io è un altro” (dalle “Lettere del veggente”), le opere di Annemarie Laner brulicano di figure animali soprattutto di natura immaginaria. Raffigurati su pagine di libri o su stoffa, con pennellate larghe e con un colore nero e pastoso, già di primo acchito questi animali non appaiono come illustrazioni zoologiche, e non sono nemmeno dei piccoli esseri in carne ed ossa, ma semmai evocano chimere anonime della fanciullezza, spettri notturni e demoni del subconscio.

Già l’uso esclusivo del nero la dice lunga. Il nero, un colore semplice che però semplice non è, gioca con l’idea del non vedere (nulla), inducendo sottilmente l’osservatore a deviare lo sguardo verso il mondo interiore, e suggerendo un’idea di morte imminente, ma anche l’ideale del lavoro inconsapevole, la fiducia nelle pulsioni e negli istinti, nei sogni e nei sentimenti. È una sorta di guida all’opera d’arte, ma dà anche la sensazione che sia l’artista stessa, nell’atto creativo, ad assumere le vaghe sembianze di un animale. Ma soprattutto, il nero è una strategia rappresentativa per eliminare limiti e confini, proponendo invece una transizione tra il “dicibile” e in “non dicibile” come direbbe Wittgenstein.

Giorgio Agamben definisce quest’effetto una „animalità antropomorfa”, ricordando che ogni tentativo dell’uomo di tracciare una linea di demarcazione tra sé e l’animale che cova in lui, porta necessariamente alla soppressione dell’animale, ma anche alla trasformazione dell’uomo in un non-uomo. Per restare umano, quindi, l’uomo è costretto a riconoscere la propria non-umanità.

Ma per quanto in Annemarie Laner queste figure oscure – che ricordano le chimere demoniache del Medioevo – suggeriscano che si tratta di elementi animali e transumani, è comunque certo che l’artista vede in loro un’occasione per incontrare se stessa. A ben guardare, infatti, è l’essere umano l’elemento “estraneo” a se stesso. In altri termini, l’artista dipinge l’animale per trovare, a tentoni, la propria umanità. In un lavoro a parete realizzato con capelli umani e intitolato “Muttertier”, l’uomo e l’animale si amalgamano l’uno nell’altro, e quei capelli sono un richiamo ai corpi – non presenti - di cui fanno parte.

I cambiamenti più incisivi che hanno segnato gli anni che vanno dalle sue prime opere a quelle contemporanee, sono il passaggio dai lavori su superficie a quelli plastici, e la nuova atmosfera che avvolge le sue opere. Se fino a pochi anni orsono gli esseri animali erano ancora dei messaggi in codice che scaturivano dalla cripta dell’anima, negli ultimi tempi quel rapporto tenebroso ha lasciato il posto a una relazione più ammiccante.

Nella mostra allestita alla galleria MeranoArte, l’artista si spinge ancora più in là, entrando decisamente nello spazio dell’osservatore. Gli animali, infatti, popolano letteralmente la sala, sia come imitazioni umoristiche, sia come disegni, pellicce o strutture di penne svolazzanti. Ecco dunque i corvi che s’assiepano sulla parete, pendendo dal soffitto a mo’ di pipistrelli, con due di loro che s’accomodano addirittura sotto un ombrello sulla terrazza. Senza volerlo, l’osservatore tende l’orecchio per origliare chissà quale dialogo tra i pennuti che altrimenti potrebbe sfuggirgli. Del resto, i corvi sono noti proprio per il loro schiamazzo incessante, tanto che Apollo – stando ai racconti di Ovidio – decide di punirli per la loro sfrontatezza ricoprendoli di nero.

Questi corvi, invece, restano in silenzio, inafferrabili ed estranei, trincerandosi dietro una barriera invalicabile, ma la loro presenza trascina l’osservatore in una profondità che non è più mero sfondo, ma semmai un vero fondo, forse un abisso, dal quale tutti noi proveniamo e nel quale prima o poi torneremo a precipitare.

L’opera che dà il titolo alla mostra, They never wonder“, si compone di strutture svolazzanti di penne di struzzo, sospese come eliche sulle teste degli astanti. La loro presenza è più una ventata di leggerezza che un’occupazione dello spazio, ed è anche un modo per alludere all’attuale ritorno di aspetti a lungo rimossi nella cultura del consumo: l’elemento animale, passando dalla porta di servizio, ritorna con prepotenza a far capolino nei nostri soggiorni.

La citazione completa di Hans Petters da cui è tratto il titolo è “He never wonders why he can’t fly”, da “Song for Budhanton”. Annemarie Laner non dà una risposta, e la sedia che ha sistemato sulla tela appare orfana e abbandonata. Spuntano solo delle scarpe, e una pelliccia appoggiata con noncuranza sullo schienale. È poesia pura che sgorga e si dilegua.